Renato Brunetta è l’anticandidato. Gli altri comizianti leccano il pubblico promettendogli questo mondo e quell’altro? Lui lo inchioda alle sue domande e obiezioni con piglio professorale. “Tu!”, fulmina un operaio che protesta in fondo alla sala, “vieni qui! Ti spiego io cos’è Porto Marghera!”. E se qualcuno prova a chiedergli che soluzione ha in mente per questo o quel problema, lui lo manda a studiare. “E’ tutto lì”, indica il suo programma, “se lo legga”. Brunetta non va in giro a pietire voti. Lui è uno che dice a muso duro alla gente: “Io sono questo qui e intendo fare queste cose per Venezia. Se vi sta bene, bene. Sennò tenetevi il sistema ultraventennale della sinistra che ha portato la città al declino”. La sua campagna marziale e quest’intervista itinerante hanno inizio alle 16,45. Prima tappa, la Confcooperative. Appena arriva, il ministro mette subito in riga il presidente Grasso: “Dai, Angelo, veloce, che ho da fare”. Incenerisce con lo sguardo tutti i ritardatari fissandoli finché non prendono posto. E afferra subito il toro per le corna: la questione del doppio incarico, sindaco e ministro. “In Francia non farebbe mai scandalo una roba così. Un cittadino di Marsiglia sarebbe fiero che il suo sindaco fosse anche all’ Eliseo. Una città difficile come Venezia ha la possibilità di avere il sindaco nella stanza dei bottoni, un ministro che ha ribaltato un sistema anchilosato come la burocrazia, vuoi mettere? Conviene a voi! L’unica che si dovrebbe arrabbiare è la mia morosa”.
Lei dispone di teletrasporto o di carisma dell’ubiquità?
“Nell’era dell’Ict, information communication tecnology, si può essere in tanti luoghi contemporaneamente. Lo fanno i manager, gli scienziati, gli industriali. Non vedo perché non possa farlo un sindaco”.
Come pensa di conciliare gli impegni di ministro con quelli di sindaco?
“Si conciliano perché sono sinergici. Venezia è una città che dialoga con il resto d’Italia, d’Europa, del mondo. Più un sindaco ha forza di dialogo a tutti i livelli, più è bravo. Un primo cittadino che sta chiuso nella sua casa municipale può andar bene per un piccolo Comune, ma non per Venezia. Gianni Agnelli diceva che se non avesse girato il mondo, la Fiat non sarebbe mai diventata una multinazionale, sarebbe rimasta una fabbrica metalmeccanica di Torino”.
Crede davvero di poter svolgere bene entrambi i ruoli?
“Certo. Massimo Cacciari si è sempre messo contro la Regione e il governo. Questo ha portato solo conflitti tra poteri e perdita di tempo e denaro. Se vinco, abbiamo Comune, Provincia, Regione, governo, e ci metto dentro anche l’Europa: tutti dello stesso orientamento politico. Ne deriverebbero grandi sinergie”.
Quanti e quali giorni passerà a Roma e quali a Venezia?
“Sempre a Venezia e sempre a Roma. Il problema non è la fisicità, ma poter governare, come fa un imprenditore che è contemporaneamente in azienda, con i clienti, alla fiera mondiale di Shanghai, all’Expo, dappertutto. Mi videotrasporterò”.
Brunetta, il sindaco hi-tech.
“Sarò sicuramente un sindaco Ict. La fisicità conterà sempre di meno e conteranno sempre di più la competenza e la capacità di interlocuzione col resto del mondo”.
Ha creato pure l’applicazione Brunetta sull’IPhone.
“Io sono il ministro dell’Innovazione, porterò dosi di innovazione straordinaria a Venezia”.
Ha intenzione di portare a Venezia anche qualcuno del suo staff romano?
“No, devo ancora organizzare la mia squadra”.
Chi prenderà?
“I migliori, a prescindere dalle tessere di partito”.
Ha già pensato a chi sarà il suo vicesindaco?
“Ancora non ho deciso. Ho chiesto a Guido Bertolaso di venire a Venezia. Mi ha risposto che ha già un bel daffare alla Protezione civile. Quando l’ho chiamato l’altra sera, alle 22,15 era ancora lì a lavorare. Bertolaso potrebbe andare all’Onu. Magari venisse a Venezia a farmi da general manager… Abbiamo il miglior capo della Protezione civile del mondo, uno che ha ricostruito mezzo Paese. Mi amareggia che un uomo così sia stato denigrato in quel modo. Siamo proprio dei masochisti”.
Si è dirottato su Venezia perché iniziava ad annoiarsi al ministero?
“Per niente. La mia candidatura a sindaco di Venezia è un completamento e un atto di amore per la mia città. Al ministero sto e starò benissimo per i prossimi tre anni”.
Non teme che il suo nuovo sottosegretario, Andrea Augello, possa soffiarle la poltrona mentre lei è a Venezia?
“Stupidaggini”.
Lei ha stilato un programma decennale per Venezia. Non rischia di suonare un po’ presuntuoso?
“Affatto. Perché?”
Perché non solo è convinto di vincere, ma di rivincere tra cinque anni.
“Certo. Per fare le cose per bene ci vuole almeno un orizzonte di dieci anni. Cinque anni, anche nell’Italia di Brunetta, non bastano”.
Lei aveva già tentato nel 2000 la sfida di Venezia, ma perse contro Paolo Costa. Perché stavolta dovrebbe farcela?
“Perché Brunetta ormai è un leader di livello nazionale, è ministro, ha fatto tante cose importanti nel Paese, riconosciute da tutti. Anche l’Italia è cambiata in dieci anni e penso che questo sia il momento giusto”.
E Venezia è cambiata dal 2000?
“E’ cambiata in peggio in questi dieci anni di “cacciarismo”, che per la verità sono 18. Il declino è peggiorato e ha provocato la fuga degli abitanti da Venezia, ma anche da Mestre. La città ha perso di qualità in tutti i campi in cui eccelleva: turismo, imprenditoria, cultura. Basti pensare alla Mostra del cinema. Questo la gente lo sa. Tutti i sondaggi dell’ultimo anno dicono che c’è una maggioranza schiacciante di veneziani e mestrini che giudicano negativamente la giunta Cacciari. E’ questo l’altro elemento che mi ha spinto a scendere in campo”.
Cos’ha imparato dagli errori commessi dieci anni fa?
“Allora conoscevo molto meno la politica, ero stato eletto d un anno parlamentare europeo, avevo contro un candidato molto forte, il professor Costa, che era parlamentare europeo come me, ma era già stato ministro e rettore dell’Università Ca’ Foscari. Errori non penso di averne commessi, anche perché in una città rossa come Venezia vinsi al primo turno con quasi il 40% e persi perché Verdi e sinistra si allearono al secondo turno. Ma persi 56 a 44”.
Sposterà davvero la sede del Comune a Palazzo Ducale?
“E’ scritto nel mio programma. Forse non è in Campidoglio la sede del Comune di Roma? E non è a Palazzo Vecchio la sede del Comune di Firenze? Perché non dovrebbe essere così a Venezia?”.
Ore 17,45. Confindustria. L’esordio di Brunetta è fuorviante: “Viva la Confindustria di Venezia, va bene?”. E il presidente, Luigi Brugnaro, gli stampa un bel bacio in testa. Ma di fronte al primo imprenditore che prova a rovesciargli addosso i problemi degli industriali veneziani, salta fuori il vero Brunetta. “Io a lei non la vedo proprio. Io vedo la sua agendina con i numeri telefonici dei suoi cento amici imprenditori: tutti miei potenziali elettori. Li chiami a uno a uno e dica loro di votare Brunetta”. E a tutti gli altri rimasti di gesso, fa: “E’ inutile che mi chiediate cosa ci deve essere a Porto Marghera. Non spetta a me. Il “policy maker” deve metterci le energie, la leadership, le regole, le infrastrutture. Il resto sono cavoletti vostri. Il mio programma è invertire il declino. Poi, decidete voi se votarmi o no”.
I suoi primi cento giorni da “Doge” di Venezia?
“Venderò tutte le case pubbliche agli inquilini, farò la “due diligence” dei conti del Comune e delle sue partecipate. Prenderò decisioni importanti su Marghera, sulle bonifiche, sul porto. Aprirò un grande tavolo istituzionale per lanciare la cooperazione tra Comune, Provincia, Regione e governo. Predisporrò la nuova Legge speciale per Venezia…”.
Nel suo programma compaiono alcuni progetti, tipo la Sublagunare, sui quali la Lega non è d’accordo.
“Non è vero. Il mio programma lo ha sottoscritto anche la Lega”.
Lei punta ad un aumento di centomila residenti e a creare 45-55 mila posti di lavoro. Come pensa di fermare l’esodo da Venezia e creare occupazione in una città così?
“Facendo gli investimenti infrastrutturali e per il rinnovo urbano. Per impatto diretto e indiretto, tu ottieni allo stesso tempo più residenti e più posti di lavoro”.
Dove pensa di reperire i 25 miliardi necessari alla realizzazione del suo programma?
“Da risorse pubbliche e private. Finanza di progetto, finanziamenti pubblici, vendita del patrimonio mobiliare e immobiliare del Comune. Per esempio, i 100 milioni della partecipazione del Comune nella società dell’Aeroporto di Venezia non servono a nulla, potrebbero essere utilizzati come leva finanziaria per una parte degli investimenti. I 400 milioni che si possono ricavare dalla vendita delle case pubbliche agli inquilini potrebbero servire per fare housing sociale. Il Porto si finanzia sul mercato”.
Lascerà che la città continui a dipendere economicamente dal Casinò, che le garantisce circa 100 milioni di introiti l’anno?
“Gli introiti del Casinò possono essere ulteriormente ampliati se se ne migliora la gestione. Io voglio che il Casinò sia gestito da un “blind trust”, che sia più efficiente e meno inquinato dalla politica2.
Come farà a gestire il flusso turistico che sta soffocando Venezia?
“Una città in declino è incapace di gestire qualsiasi cosa, anche il turismo. Una città in espansione è in grado anche di ampliare i flussi turistici. Governandoli”.
Ore 18,45. Il locale Molocinque, anfiteatro eclettico di Marghera, dove l’imprenditore Damaso Zanardo, che è nella lista Brunetta, gli ha apparecchiato un pantagruelico buffet a base di formaggi e affettati. Questa è una platea amica. Qui Brunetta non è venuto a convincere nessuno, ma a spronare il proselitismo. “Gli ultimi sondaggi dicono che siamo avanti come candidato e come liste. Ma serve lo sprint finale. Telefonate e trasmettete il vostro entusiasmo. Non chiedete appartenenze di partito: c’è la lista Brunetta. Aiutatemi a seppellire il ventennio di Cacciari”.
Cacciari ha fatto solo male a Venezia?
“Ha prodotto il declino Di Venezia e lo ha gestito”.
Ma l’ultima volta anche lei ha votato Cacciari, che non avrebbe vinto al secondo turno senza i voti del centrodestra veneziano. Qualche responsabilità non ce l’ha anche lei?
“Per niente, perché allora Cacciari era il male minore. E tra Cacciari e Felice Casson ho preferito il primo, come tanti altri veneziani. Ma lui non ha ripagato in maniera corretta la fiducia che l’elettorato non suo gli ha dato. E ha fatto disamorare la città”.
Cacciari è considerato da tanti più carismatico di lei.
“Uno che se ne va sbattendo la porta, ringhioso, con il peso del giudizio negativo dei cittadini, che carisma ha?”
Che idea si è fatta del pasticcio delle liste del Pdl nel Lazio?
“Che si compiano errori di tipo burocratico è inevitabile, è sempre avvenuto. Ma in passato non hanno mai dato origine a grandi conflitti, perché sono sempre stati gestiti con sufficiente buon senso. In quest’ultima occasione sembra che da parte dei magistrati e delle burocrazie preposte il buon senso sia venuto meno. E, tra l’altro, in un’unica direzione: contro il Pdl nella provincia di Roma e contro Roberto Formigoni in Lombardia. Questo può anche far pensare male. La soluzione deve essere politica”.
Vale a dire?
Occorre che si consenta agli elettori di esprimersi. Il rischio che non si permettesse a 15 milioni di italiani di votare in parte è venuto meno, però a Roma sussiste. Perciò ritengo assolutamente inaccettabile quello che è accaduto. Quale grado di legittimità può avere un governatore che ottiene una Regione grazie al vincere facile decretato da qualche magistrato e dalla burocrazia?
Un pronostico sulle Regionali?
“Noi vinciamo alla grande nel Veneto e in Lombardia. Certamente vinciamo nel Lazio, in Campania e in Calabria. Abbiamo molte probabilità di vincere in Piemonte e in Liguria. C’è la possibilità che succeda qualcosa di eclatante nelle Marche e in Umbria. La situazione è ancora aperta in Puglia, ma sono abbastanza ottimista”.
Non lo sarà un po’ troppo?
“No, io credo che le Regionali saranno un successo straordinario. Più di due terzi degli italiani saranno governati dal Pdl e dala Lega a livello regionale”.
L’Udc a Venezia ha scelto di appoggiare il candidato del Pd, Giorgio Orsoni. C’è rimasto male?
“Il mondo è bello perché è vario. Pier Ferdinando Casini ha fatto una scelta opportunistica, andando di qua e di là. Quetso non farà bene all’Udc, che i sondaggi danno in caduta libera a Venezia. L’elettorato centrista non sta con i centri sociali né con Rifondazione comunista. E’ simile all’elettorato del Pdl e della Lega. Pertanto, quando l’Udc fa queste scelte contro natura, il risultato è che perde per strada almeno metà del suo elettorato”.
A proposito di centri sociali, il Rivolta gestisce l’osteria “Lo sbirro morto”. Da sindaco, lei lo tollererebbe?
“Neanche per sogno. Dico di più: se la spesa sociale dell’amministrazione è dare soldi ai centri sociali o acquistare il Rivolta, si tratta di una cattiva spesa. I centri sociali sono come qualsiasi altra organizzazione e non avranno nessun vantaggio in più. Meritano di essere trattati al pari delle bocciofile”.
Venezia è una città provinciale ed elitaria. Non teme che qualcuno possa non sentirsi rappresentato dal figlio di un venditore di gondolette?
“Ma il popolo è sempre la maggioranza, anche a Venezia. E io mi rivolgo alla gente normale: operai, imprenditori, artigiani, e ai tanti lavoratori pubblici e privati. Dei radical-chic non mi importa assolutamente nulla”.
Un mangiapreti come lei come farà a governare la città del Patriarcato?
“Io sono un laico che rispetta la Chiesa, anzi la stima per la sua propensione nei confronti dei più deboli”.
Che rapporto ha con il cardinale Angelo Scola?
“Ho sempre avuto un’interlocuzione assolutamente positiva con il Patriarca e con tutta la chiesa veneziana. E continuerò ad averla.”
Alle 20 parte il tour dei ristoranti: il ministro inanella quattro cene in due ore senza toccare cibo. E a fine serata si congeda dai commensali senza tanti complimenti: “Signori, questo sono io, Renato Brunetta, sessant’anni, faccio il professore universitario, il ministro pro-tempore e, se lo vorrete, il sindaco di Venezia”.

Barbara Romano

Da “Libero”, del 14.03.2010